Pensare a tutti e a ciascuno, oltre la pandemia: la partecipazione nell’accoglienza

Qualche strumento per costruire servizi inclusivi, in un modo inclusivo

Di Nicolò Di Bernardo

A volerla guardare con un po’ di poesia, la pandemia da Coronavirus è stata come una fitta grandinata estiva. Arriva inaspettata in una giornata di sole, e finché dura ci lascia increduli e senza altro a cui pensare. Per un attimo, siamo tutti in allarme e cerchiamo un riparo: ci preoccupiamo per le nostre teste prima, e per la carrozzeria delle nostre auto subito dopo. I suoi chicchi, si potrebbe dire, sono profondamente democratici — in fondo cadono indistintamente addosso a chiunque si trovi sotto lo stesso cielo. Eppure, non è difficile immaginarlo: chi non ha una casa, un portico o un ombrello a disposizione, si farà più male degli altri.

Qualcosa di simile è successo (e sta ancora succedendo) con la pandemia da Coronavirus e le conseguenze economiche e sociali dei mesi di lockdown. Un fenomeno che ha coinvolto tutti indistintamente, ma che ha avuto effetti profondamente diseguali, colpendo con più forza le persone che già vivevano in una condizione di vulnerabilità e precarietà, e a cui bastava veramente poco per farsi veramente male. Insomma: piove sui giusti e sugli ingiusti, ma solo qualcuno si prende il raffreddore. In questo senso, “andare in cerca di bernoccoli” oggi è un buon modo per capire come prepararsi tutti alle grandinate del domani, ma anche per scoprire più da vicino la vita di persone che da sempre si bagnano in silenzio sotto una più comune (e più frequente) pioggia fredda.

Abbiamo cercato di fare qualcosa di simile nel post precedente a questo, provando a gettare un po’ di luce sul quadro problematico di una delle categorie che sono state più esposte a rischi durante la pandemia, e che tradizionalmente sono tra le meno raggiunte dai servizi pubblici: la categoria delle persone cittadine di paesi terzi.

Ma come fare a raccogliere la sfida di garantire il benessere di ciascuno, nessuno escluso? Una parte della soluzione, anticipavamo, sta nell’intraprendere un graduale processo di adattamento dei servizi pubblici — un cambiamento faticoso che porta con sé la promessa di conoscere nel profondo le particolarità e le esigenze di tutti gli utenti.

Certo non possiamo, né vogliamo, azzardare delle soluzioni pronte all’uso su come rendere più inclusivi i servizi generalisti. Vorremmo però provare a parlare di quello che a Sociolab riesce meglio: creare le condizioni migliori per la costruzione di soluzioni condivise. Siamo convinti infatti che la partecipazione, quando è pensata con cura, possa diventare un potente antidoto ai rischi dell’esclusione. Nei suoi spazi, le amministrazioni trovano il contesto ideale per potersi permettere una riflessione di ampio respiro su questioni che spesso gli addetti ai lavori sono costretti ad affrontare ‘a testa bassa’ rispondendo alle urgenze del momento. Partecipare è una rara occasione per abbracciare la complessità, e per immaginare soluzioni articolate a problemi complessi.

Per questo abbiamo provato a raccogliere alcune delle lezioni che abbiamo imparato a partire dalla nostra esperienza più importante in materia, il lungo percorso partecipativo di qualifica delle politiche regionali #AccoglienzaToscana, ma anche grazie ad altri progetti dedicati all’inclusione sociale di richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale e cittadini di paesi terzi, come i progetti FAMI BRIDGES, COMMIT e TEAMS. La speranza è che alcuni di questi ingredienti possano essere d’ispirazione e tornare utili a chi oggi vuole elaborare e sperimentare una propria ricetta personale. Ecco alcune delle cose che abbiamo imparato:

1. Riformulare i problemi: categorizzare i bisogni, prima che i target

2. Moltiplicare le soluzioni: l’approccio multi-stakeholder

L’approccio multi-stakeholder permette di portare il tema dell’inclusività anche in quei servizi generalisti che tradizionalmente sono portati a vedere l’incontro con il cittadino di paesi terzi come un’eccezione alla propria regola — promuovendo invece l’idea che “dedicarsi a tutti” vuol dire anche dedicarsi ai cittadini di paesi terzi.

Attraverso il confronto con persone che vivono gli stessi spazi o le stesse sfide in modo diverso, chi pensa che il tema non lo riguardi o crede di aver già fatto abbastanza può trovare un’occasione per cambiare idea e aggiustare il tiro. E’ stato proprio l’approccio multi-stakeholder di #AccoglienzaToscana che ha permesso a Regione Toscana di trovare nel Libro bianco sulle politiche di accoglienza il punto di partenza per promuovere un sistema di governance pubblica multi-livello. L’obiettivo individuato è riuscire ad aprirsi ai diritti di tutti i cittadini, impiegando al contempo gli strumenti necessari a riconoscere la condizione individuale di ciascuno nella sua unicità. A questo fine diventa indispensabile stabilire quali stakeholder coinvolgere, quando e in che modo, e per farlo occorre partire da un’analisi del contesto e degli specifici obiettivi di ciascun percorso (con il progetto BRIDGES abbiamo provato a sistematizzare delle linee guida sul codesign per la promozione di comunità locali inclusive).

3. Dare la parola ai beneficiari

Un momento di brainstorming con persone richiedenti asilo per il progetto Casentino Telling, facilitato da Sociolab per l’Ecomuseo del Casentino

Per ottenere risultati di qualità è importante garantire la presenza della persona straniera, ma ancor più metterla nelle condizioni di potersi esprimere davvero ed evitare di costringerla involontariamente al ruolo di presenza silenziosa. Facile a dirsi, difficile a farsi: questa è una scelta che richiede davvero molto coraggio, perché impone di confrontarsi con i limiti dei divari linguistici e con il timore di scontrarsi con altre forme di incomunicabilità di tipo culturale. Aiuta in questo caso avere cura di adattare il contesto alla persona che si vuole ascoltare, invece di sperare che possa avvenire il contrario. Questo può voler dire ad esempio preparare materiale audio-video multilingue o, se la lingua veicolare scelta è l’italiano, dotarsi di mediatori interculturali e impiegare metodologie che permettano di dare il proprio contributo anche a chi sente di non avere sufficiente dimestichezza nella lingua per lanciarsi in risposte elaborate (funziona per esempio il teatro, come dimostra l’esperienza del progetto #MigrAzioni Scandicci). Un altro modo per superare i divari linguistici può essere quello di dedicarsi a un lavoro preliminare di empowerment del partecipante: è il caso del progetto TEAMS, che per coinvolgere attivamente i titolari di protezione internazionale in un percorso di codesign sulla cittadinanza attiva ha concordato con i gestori SIPROIMI partner la partecipazione a corsi di lingua concentrati sulle parole-chiave e temi che si intende esplorare.

4. Riconoscere il mediatore interculturale come un vero e proprio stakeholder

Un momento dal tavolo tematico dedicato al sistema giuridico del convegno di Regione Toscana e ANCI Toscana “Mediazione interculturale e cittadini migranti: una figura professionale per una società in trasformazione”.

5. Partecipare una volta sola non basta

Continuare a fare partecipazione può sembrare un’impresa degna di Sisifo, l’eroe greco costretto a spingere un masso su per la montagna e vederlo rotolare a valle per l’eternità. Ma chi l’ha già fatto sa che si tratta di un bellissimo sforzo di crescita personale e collettiva: pensare che c’è qualcosa in cui ricominciare da capo può dare sconforto, ma ogni volta la roccia sarà riportata un po’ più in alto e si sarà fatto un piccolo importante passo in più. Come diceva qualcuno: “anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. Ancora meglio per noi, che partecipando non dovremo mai più spingere questa roccia da soli.

Siamo un’impresa sociale. Facilitiamo la crescita di comunità e organizzazioni a partire dalle persone. www.sociolab.it

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