Pensare a tutti e a ciascuno durante la pandemia: la partecipazione nell’accoglienza

di Nicolò Di Bernardo

Durante la Fase 1 della gestione del contagio da Coronavirus in Italia, al progredire del lockdown, per un breve periodo veniva da pensare che fossimo tutti sulla stessa lunghezza d’onda. Con il susseguirsi dei comunicati del Presidente del Consiglio, con le lunghe spiegazioni dei conduttori televisivi, persino le piastrelle del nostro bagno sembravano capaci di recitare a memoria le prescrizioni dei decreti ministeriali.

Poi sono arrivati i dibattiti sulle mascherine (“le TNT sono altruiste, le FP2 sono egoiste”), le fake news nelle chat (“questo supermercato distribuisce generi alimentari gratuiti, iscriviti subito!”), gli incessanti aggiornamenti del modulo per l’autodichiarazione. Restare al passo è diventato difficile per chiunque. La gestione della nostra vita privata durante la pandemia si è trasformata in uno di quei frenetici balli di gruppo estivi che sono il terrore dei vacanzieri. Le mosse cambiano in continuazione, la musica è troppo alta per chiedere indicazioni a qualcuno, tu sei troppo impegnato a guardare i movimenti dell’animatore per prestare attenzione a quello che stai facendo, non capisci una parola di spagnolo ma una cosa è certa: qualsiasi cosa voglia dire “mueve la colita”, non puoi correre il rischio di fermarti. Potevamo farcela davvero tutti a ballare senza inciampi?

La verità è che non siamo tutti equipaggiati allo stesso modo per affrontare le sfide del mondo contemporaneo. Questa situazione di disparità viene definita “asimmetria informativa”: quella condizione in cui informazioni cruciali non sono condivise integralmente tra tutti coloro che prendono parte a un processo economico o sociale. Se ormai in ogni campo sembra valere la regola che “sapere è potere”, allora le asimmetrie informative sono un importante driver di disuguaglianza che porta enormi vantaggi ad alcuni ed enormi svantaggi ad altri, con pesanti conseguenze in termini di benessere e salute personale.

Illustrazione di Irene Ieri

Questo è un problema antico che da tempo affligge le persone che vivono in condizione di marginalità. Tra queste, rientrano a pieno titolo anche molte persone cittadine di paesi terzi. Durante l’emergenza della pandemia i cittadini di paesi terzi hanno sofferto più di altri di asimmetrie informative, come è stato segnalato da chi lavora a stretto contatto con persone di lingua straniera e come evidenziato da alcuni referenti della sanità pubblica regionale toscana. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un appiattimento delle misure di distanziamento sociale e della loro comunicazione, spesso digitale: la maggior parte delle comunicazioni istituzionali sui temi cruciali del Covid-19 erano per lo più pensate per un cittadino standard maschio, bianco, di lingua madre italiana, di classe media, con un accesso frequente a canali di informazione mainstream come la tv generalista e con un feed di Facebook costantemente aggiornato da amici italiani altrettanto ben informati. Ancora oggi, il portale del Ministero della Salute dedicato alla pandemia da Coronavirus è navigabile soltanto in lingua italiana o inglese, e non contiene materiale multilingue. Un’evidenza allarmante se si considera che nelle varie fasi di questa epidemia, ignorare le numerose prescrizioni può avere serie conseguenze di tipo sanitario, legale e anche di stigma sociale, portando chi non è abbastanza aggiornato ad agire come un inconsapevole untore.

Immaginate se il protagonista del Processo di Kafka non fosse Josef K., il figlio di un ricco commerciante tedesco impiegato come procuratore di un istituto bancario, ma fosse invece Miriam, una signora delle Filippine che lavora da qualche anno come badante a nero, con una ridotta rete di relazioni poco eterogenea e una conoscenza limitata della lingua autoctona. Cosa fare e cosa non fare per uscire incolumi dal Processo? “La retta comprensione di un fatto, e il fraintendimento di questo stesso fatto, non si escludono a vicenda per intero” “Cosa?”. Probabilmente il romanzo sarebbe finito con l’arresto a pagina 5.

Ad oggi quindi l’accesso ai servizi pubblici delle persone con background migratorio è ancora una sfida aperta per il nostro paese e per il complesso delle sue norme, e questo anche nel contesto di una pandemia in cui l’obiettivo è garantire la salute di ciascuno perché è l’unico modo di garantire la salute di tutti. Eppure, i cittadini stranieri in Italia esistono, e sono parte integrante del nostro tessuto sociale: oltre 5 milioni di persone che lavorano, fanno la spesa, mandano a scuola i loro bambini, stanno in coda alle poste e attraversano le corsie degli ospedali di tutta Italia.

Cosa fare? La partecipazione può essere un potente antidoto a queste forme di esclusione, e ha permesso ad alcune amministrazioni di arrivare preparate ad una sfida di questa portata. La strada passa dal riconoscere che le migrazioni sono un fenomeno strutturale, che la “popolazione italiana” è un insieme di diversità e che l’unico modo di raggiungere davvero tutti è intraprendere un graduale processo di adattamento dei propri servizi — un cambiamento faticoso che porta con sé la promessa di conoscere nel profondo le particolarità e le esigenze di tutti gli utenti.

Al percorso necessario per farlo concretamente e agli insegnamenti che possiamo derivare dal nostro lavoro sul campo, dedicheremo la seconda parte di questo articolo, che dettaglierà, tra gli altri, metodi e risultati di #AccoglienzaToscana, il lungo percorso partecipativo che abbiamo intrapreso con Regione Toscana e Anci Toscana nel 2017 e che è ancora attivo.

Una cosa è certa: quando una sfida è così complessa, la risposta non può che essere altrettanto complessa. Perché ci richiede di attivare la nostra intelligenza collettiva — di complicare le cose là dove saremmo tentati di ricorrere a semplificazioni calate dall’alto. Anche in questo caso, abbiamo bisogno di più partecipazione per riuscire, non meno. Una partecipazione che veda i cittadini come soluzione, e non come problema. Tutti i cittadini.

Fine parte 1

A questo il link è possibile leggere la seconda parte dell’articolo.

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